perchè WINE PARTY...?!

sabato 19 febbraio 2011

Per crescere di più, aiutare ad aiutarsi chi fa di più: 2) le “medie” che esportano, il Sud un disastro

 di OSCAR GIANNINO
Ieri tre notizie sul fronte dell’economia. La prima, annunciata in una conferenza stampa congiunta del governo con banche e associazioni d’impresa, è la protrazione della moratoria bancaria per le aziende. La seconda la conferma da parte del ministro dell’Economia che, al di là dei primi deludenti provvedimenti messi allo studio nel Consiglio dei ministri della settimana scorsa, si mette mano alle misure che formeranno il piano nazionale di riforme che ad aprile dovrà essere presentato dall’Italia in sede europea, per costituire banco di giudizio della nostra affidabilità insieme alla tenuta dei conti pubblici. La terza è che Giulio Tremonti ha detto a fianco di Silvio Berlusocni che anche a suo giudizio per la crescita occorre fare di più, dopo che nei due anni alle nostre spalle l’Europa e i mercati mondiali hanno dovuto riconoscere l’abilità sua e del governo nel tenere sotto controllo il deficit aggiuntivo molto più rigorosamente di quanto avvenisse da parte del più dei Paesi avanzati. E’ una risposta a chi ha immaginato o scritto che il ministro dell’Economia anteponesse considerazioni politiche alla priorità dello sviluppo. Vedere per credere. Ma perché non ammettere che sappiamo benissimo tutti, che per crescere di più bisognerebbe aiutare ad aiutarsi chi già fa meglio e di più? La risposta è: nel dirlo, si commette un delitto rispetto alla logica egualitaria, quella che ripete sempre che gli interventi devono pensare innanzitutto al Sud. So che è tosto affermarlo, ma i fatti sono i fatti. Il gap meridionale chiede una rivoluzione civile e amministrativa di lungo percorso e incerti risultati – è fallita in 150 anni – la crescita aggiuntiva a breve si ottiene puntando su altro.Due parole ancora su Tremonti. Ieri non ha perso l’occasione per “abbellire” la bassa crescita italiana.  Ha messo in guardia da una lettura comparata della crescita italiana che non tenga conto del fatto che, in alcuni casi, altri Paesi hanno ottenuti risultati migliori ma grazie alle bolle mobiliari o immobiliari di cui hanno finito poi per pagare il conto loro, estendendolo anche all’intera Europa. Ha ragione, il superministro dell’Economia? Secondo me solo in parte. Al netto delle basse tasse che hannio spinto le econoie e che restano un bene per me, e non un bene per il ministro – una differenza nopn da poco, in termini di idea generale di che cosa lo Stato debba o non dbba fare, per la crescita , rispetto al mercato e alle imprese – è sicuramente questo il caso della Spagna o dell’Irlanda. Ed è anche vero che nel 2010 e 2011 la Francia cresce più dell’Italia ma con un deficit pubblico superiore del 50% al nostro, superiore al 75 del Pil rispetto al 5%. Ma non è questo il caso della Germania, il leader dell’euroarea che è ai record di crescita come di occupazione dai tempi della riunificazione, grazie a due scelte concomitanti. Grande rigore nella finanza pubblica, perché ha posto in Costituzione limiti tanto al deficit pubblico che alla pressione fiscale, e questo le ha consentito di riallocare il welfare con meno spesa pubblica laddove esso serviva di più al contempo abbassando le tasse. E’ vero altresì come ha detto Tremonti che la Germania resta il grande Paese dell’euroarea con il maggior problema di attivi bancari poco affidabili, da parte delle grandi banche regionali pubbliche che si erano spinte molto in avanti nella finanza ad alta leva. Ed è giusto per questo che nel grande patto europeo di cui si discute in queste settimane, e che si chiuderà entro aprile, non pesino solo il deficit e il debito pubblico ma altresì il debito totale di famiglie e imprese, e la solidità patrimoniale dei rispettivi sistemi bancari, visto che i salvataggi dell’eurodebito sono stati sin qui innanzitutto ancora una volta salvataggi delle banche tedesche e francesi, piene di titoli pubblici greci, irlandesi e spagnoli (i nostri più grandi creditori pubblici sono i francesi, secondo le stime della BRI di qualche mese fa). ma è anche vero che nessuno di questi argomenti sfiora il punto vero di fondo, secodno me, della bassa crescita italiana. Che presiste alla crisi, e non si deve al fatto che virtuosamente avremmo evitato bolle. Per dirne una, abbiamo il sistema bancario meno instabile tra grandi paersi europei, ma ne abbiamo pagato un ben caro prezzo, in termini di spread aggiuntivi a parità di unità di capitale intermediate a imprese e famiglie. E non si è trattato – e non sin tratta – di spread a copertura di una più bassa soglia di rischio di controparte, bensì di premi all’inefficienza del sistema bancario (restiamo per esempio l’unico grande sistema dl credito che esce dalla crisi senza grandi ristrutturazioni industruiali e di addetti e occupati, e che cosa pensi dell’industria dell’asset management l’ho scritto pochi giorni fa a proposito del caso Eurizon-Pioneer: su cui la grande stampa continua a dormire, evidentemente d’accordo con tremonti sull fatto che viene prima l’esigenza di avere un grande compratore nazionale di titoli del debito pubblico, che un’industria del risparmio gestito efficiente per il risparmiatore. Per me vale l’esatto opposto).
Purtroppo il problema della bassa crescita italiana è una costante da diversi anni. Crescevamo meno dei Paesi avanzati prima della crisi, usciamo dalla grande recessione con lo stesso guaio. Fatto pari a 100 il Pil italiano nel 2001 e quello dei paesi avanzati Ocse, quello italiano nel 2007 era solo arrivato a 103,5. Quello OCSE a 113,5. A metà 2009, il punto più grave della crisi mondiale, il nostro Pil era sceso a 97, quello medio OCSE a 111. Se cresciamo dell’1% nel 2011 come nel 2010, a fine di quest’anno il nostro PIL sarà tornato poco sopra il 100 del 2001. Quello OCSE sarà a quota 116.
Sappiamo ormai molto bene, grazie a studi come quelli dell’Ufficio Studi e Ricerche di Mediobanca guidatro da Fulvio Coltorti e della Fondazione Edison del professor Fortis, quali sono le imprese che sostengono meglio l’economia italiana. Se consideriamo il valore aggiunto, il metro per salire nella graduatoria di competitività dei prodotti per un Paese che dipende al 70% della sua crescita a breve dall’export manifatturiero, sono le meno di 10mila imprese medie del quarto capitalismo italiano, quelle che hanno fatto e fanno meglio. Il loro valore aggiunto, da 100 nel 2001 era a 127 nel 2007, è sceso a 112 a metà 2009 e ora è risalito a 117. Molto meglio dei grandi gruppi privati italiani, che da quota 100 erano solo a 106 nel 2007, e che ancor oggi restano a quota 90. Idem dicasi per le esportazioni. Le medie imprese internazionalizzate hanno innalzato il loro export da 100 nel 2001 a quasi 160 nel 2008, sono scese a 135 nel 2009 e ora sono tornare a quota 145. I grandi gruppi sono passati da 100 nel 2001 a 132 nel 2008, per poi scendere a 111 nel 2009 e risalire ora a quota 120.
So bene che errate convinzioni egualitarie vorrebbero che incentivi e politica andassero a chi se la cava peggio, invece che a chi va meglio. Ma è dando una mano proprio ai settori e alle tipologie d’imprese che creano il più dell’export e della crescita aggiuntiva, che noi ci possiamo mettere in condizioni di aggiungere crescita a breve al nostro Paese, occupati e reddito. Ricordando bene un’alta particolarità: siamo il Paese avanzato in cui le piccole imprese non sono solo enormemente più diffuse, ma che già oggi e anche nella crisi hanno mostrato una vitalità nell’export e nell’internazionalizzazione senza pari. Il 21% del nostro export viene dalla piccola, il doppio esatto di quanto capiti in Francia e quattro volte ciò che avviene in Germania. Le piccole hanno bisogno di più capitale e di migliori manager e formazione per crescere, oltre che di meno tasse visto che il sistema per come è congegnato fa gravare su di loro un prelievo sul reddito lordo anche di 30 punti superiore a quello dei grandi gruppi.
C’è poi il problema del Sud, che realizza solo il 7% dell’export italiano. Che non ha saputo mettere a frutto oltre 400 miliardi pubblici spesi in 4 decenni. E che non si fida del federalismo in corso di esame. E’ il capitolo sul quale occorrono non più risorse, ma più discontinuità di procedure – per decidere siti e far lavorare i cantieri delle infrastrutture – e soprattutto di responsabilità delle classi dirigenti locali. Non sarebbe male, se il piano nazionale delle riforme che l’Italia presenterà in aprile all’Europa nascesse proprio dalla volontà di rilancio e riscatto, di un’unità che in un secolo e mezzo ha fallito molte delle sue promesse. Se fosse così, dovrebbe puntare soprattutto su chi ha mostrato di saper fare di più. L’egualitarismo non serve, della crescita anzi è nemico.

lunedì 6 dicembre 2010

SQUATTRINATI! Quando chi fa politica parla di chiacchiere e non di reali esigenze

Millenovecento miliardi. In valore assoluto è il nostro debito pubblico. Pubblico, ovvero: mio tuo suo. Trentamila euro a cranio, il 120% del Pil. Solo di interessi paghiamo un’ottantina di miliardi l’anno – pari tipo a 6 manovre finanziarie. Che spreco! Ma fosse solo quello. Il fatto è che quel debito non ci costa solo una insostenibile valanga di denaro. Ci costa soprattutto la sovranità. Il voto mio tuo suo non vale più niente, amico. Mettiamo pure la X sul nome che più aggrada, tanto tra una spesuccia e l’altra, tra una riforma non fatta ed un’altra fatta al contrario (leggi: contro-riforma forense) ed un’altra ancora fatta senza soldi (leggi: Università), beh in questo cazzeggio irrazionale, i nostri designati al comando hanno dato le nostre teste in usufrutto a quei campioni di razionalità primordiale che sono i mercati.

Il politico è votato a far debito – deve pur essere rieletto. Più fa debito, però, più erode la sovranità democratica – che non è sua ma di chi vota – cedendone porzioni a quelle entità politicamente irresponsabili, ma democraticamente accessibili e sortibili, che sono i mercati. I tedeschi il debito l’hanno vietato in Costituzione. Il vincolo tecno-giuridico costituzionale è uno strumento a-politico, certo. Perché serve appunto per proteggere la democrazia dall’irresponsabilità, sul lungo periodo, della politica. Di che parliamo da un paio d’anni a questa parte? Non del fallimento del mercato, signori, ma di quello – plateale su scala euro-atlantica – della politica. Il debito è colpa di chi lo ha fatto, non dei capitalisti che ci hanno guadagnato – e che bene fanno a considerarci, noi irragionevoli spendaccioni, per quello che in fondo siamo: buffoni che non fanno neanche più ridere.
Veniamo a noi. L’Italia – si ricordava sù – ha un debito prossimo al 120% del suo asfittico Pil. Nel 1992, quando sottoscrivevamo Maastricht, era del 108.  Avevamo l’impegno a portarlo al 60 – come prevedeva appunto il Trattato. Lo abbiamo invece allegramente pasciuto di 12 punti 12, che sono qualcosa di cui chi in questi 18 anni 18 ci ha in un modo o nell’altro governato – e cioè ciascuno degli stessi che oggi alternativamente governano, stanno all’opposizione, coltivano l’idea del cambiamento – dovrebbe sentirsi in dovere di assumersi la responsabilità, a cospetto del popolo sovrano, e spiegarglielo che o si accendono le luci in sala e si interrompe il ‘sogno’, o sì che di quella vaneggiata sovranità non resterà che la raccapricciante farsa elettorale.
“Ci sono tre modi per ridurre l’indebitamento di un soggetto” – scrive Mario Seminerio su Phastidio : il rimborso del debito; le “perturbazioni inflazionistiche, che erodono il valore reale del debito medesimo”; oppure il “default.”
Non possiamo fare inflazione, preferiremmo non fare default. Non rimane che ripagare. Okkey, ma sarà difficile finché continueremo a spendere il 20% plus interessi in più di quello che produciamo. Occorre invertire la proporzione – aumentare il Pil che è il denominatore, e ridurre la spesa ed i relativi interessi, che è il numeratore.
Per ridurre lo stock di debito c’è chi, come Giuliano Amato, propone di far pagare ai contribuenti italiani 20 di quei 30.000 euro di debito a cranio – magari, sostiene l’ex premier, prendendo di più a quelli che hanno di più. Soluzione già praticata, nella sua raccapricciante semplicità. C’è poi chi, come il Pdl della campagna elettorale 2008 , sosteneva invece di vendere parte dell’immenso patrimonio immobiliare pubblico. Era la mission number seven del programma elettorale, recentemente evocata da Benedetto Della Vedova in una assai equivocata trasmissione tv, in cui si sollecitava in verità Berlusconi a rammentarsene ché in tal caso Fli gli avrebbe cantato un’osanna.
Vender màs
è quello che fa Zapatero, l’Irlanda, la Gran Bretagna. Lo diciamo da un po’, qui su Libertiamo, che questa è la strada. L’altro giorno sul Foglio Enrico Cisnetto è andato persino oltre, rilanciando la proposta di Francesco Guarino: una public company per la mercatizzazione del patrimonio pubblico, che non sarebbe dimesso dal Tesoro ma da questi messo, appunto, sul mercato. Il nostro debito oversize subirebbe un rapido e sensibile dimagrimento. E questo sì che agli occhi dei mercati ci farebbe apparire come una ex brutta divenuta una gnocca niente male, alla quale quindi tornare a guardare con voluttuosa fiducia.
Perché i tedeschi questo lo hanno capito – e praticato in tempi non così drammaticamente obbliganti – e noi invece no? Chi è più fedele al rispetto della sovranità popolare, i tecno-rigoristi tedeschi o gli sciacalli della sovranità italiota altrui che sono coloro che in questi quasi cinque lustri di governo a facoltà illimitata non hanno fatto nulla per tappare la falla; si sono anzi, abbeverati a quella fontana debitoria cum magno sed improbo gaudio?
Mignotte & dittatori sono un problema italiano – ma soprattutto di un italiano, della sua dignità e di quella di chi ancora lo sostiene. Il debito invece riguarda tutti – e tutti equamente. Quindi anche di quell’uno che il 15 dicembre avrà le chiavi per ripartire.
La ragion d’essere della promessa berlusconiana era proprio la riduzione del peso dello Stato e del debito nella vita del Paese. La crisi politica del berlusconismo deriva da questo: non aver affrontato né tantomeno risolto quei nodi strutturali che chiunque si assuma d’ora innanzi la responsabilità di governare riceverà in eredità, lasciati praticamente intonsi da chi ha gvernato sin qui. Bene, sciogliere quei nodi, oggi, è l’obiettivo che Fli dichiara di voler conseguire. E questo vuol dire affrontare e risolvere strutturalmente la questione del debito. Serve però più che una maggioranza parlamentare per riuscire a vincere la madre di tutte le imprese: serve determinazione, consenso inter-istituzionale, senso della missione. Serve probabilmente quello che solo un governo tecnico, in questa fase, è capace di garantire.
Suona brutto, lo so. Si tratta di accettare il fatto che la formalizzazione della crisi politica apra la strada ad un ‘commissariamento’ pilotato della politica. Ora, potrà mai un governo dei saggi, dei capaci, degli autorevoli, dei politicamente irresponsabili fare in due anni quello che non è stato fatto in diciotto, dai democraticamente responsabili? E se così fosse, se costoro – i nomi di questo governo aristotelico in caso fateli voi – se loro riuscissero davvero a sanare i guasti della democrazia restituendoci la sovranità sul nostro patrimonio comune – ovvero rendendo sopportabile il fardello debitorio – ebbene cosa ne sarà della politica? Beh, è materia democraticamente sensibile – ne convengo. Ma qui torniamo all’assunto iniziale: siamo già in un regime di sovranità sostanzialmente condizionata. Dipendiamo dai mercati, dall’Fmi, dall’Europa. Istituzionalizzare, con il sostegno della super-imparzialità costituzionale del Capo dello Stato, i limiti della politica con un’iniziativa tecnica ‘alla tedesca’, che abbia – va da sé – il sostegno operoso delle forze politiche che hanno vinto le ultime elezioni, credo sarebbe in realtà il modo di salvarla la nostra democrazia, e con essa la nostra desiderata sovranità.
(LIBERTIAMO.it)

IACP e le Case Impopolari.......


IACP: un altro monumento allo spreco di denaro pubblico. Un esempio d'assurda burocrazia e, perchè no, della facilità con la quale amministratori, e politici di turno, si lasciano andare a promesse che non potranno essere mantenute.


Riteniamo che il "diritto alla Casa" sia un diritto inalienabile di ognuno, e che debba essere tutelato a livello istituzionale. In molte città il problema "Casa" non sta nella mancanza di immobili, ma nella volontà delle lobbies dei proprietari, che fanno lievitare i prezzi delle locazioni, tenendo sfitti un numero sempre maggiore di alloggi, impossessandosi spesso dei centri storici, oramai divenuti vetrina per turisti e salotto per la ricca borghesia, mentre le periferie diventano ghetti in cui si vorrebbero relegare le fasce popolari.

Il fronte Istituzioni dimostra ancora una volta la sua incapacità di rispondere al problema. Migliaia di alloggi realizzati dallo IACP versano in stato di abbandono, in condizioni pietose, alla mercè di ladri e vandalismo e mai assegnati. Graduatorie bloccate in danno ai legittimi aventi diritto da un lato, e centinaia di famiglie che abitano in appartamenti dell'Istituto Autonomo Case Popolari senza pagare alcun canone, in quanto non assegnatari. Un abuso legalizzato: la loro posizione infatti non è mai stata regolarizzata e gli abusivi risultano "custodi" dell'immobile, in base al criterio dell'emergenza abitativa.


Un danno economico per i Comuni, che non riesce a correggersi; danno al quale si aggiunge la beffa di dover pagare, con soldi pubblici, delle polizze assicurative a tutela di immobili che, in molti casi, cadono letteralmente a pezzi. Un buco economico enorme se si considera che negli immobili in questione nessuno paga la quota condominiale, risorsa individuata dalla Legge 35 per effettuare la manutenzione degli stessi immobili. La posizione irregolare degli abusivi non consente però di calcolare le quote da far pagare: il classico esempio del cane che si morde la coda! Conseguentemente le palazzine IACP rimangono abbandonate al loro destino. Impossibile pensare anche allo sfratto degli abitanti, non vigendo alcun contratto di locazione. Una questione annosa e mai affrontata.

Chi trae vantaggi da tale monumento al nulla assoluto?....Come sempre la politica.....!

La Sicilia: addirittura un'anomalia rispetto al resto d'Italia.


In Sicilia esistono dieci Istituti Autonomi per le Case Popolari, uno per provincia, ad eccezione di Catania, che vanta una seconda sede ad Acireale. Ogni IACP ha dieci consiglieri di amministrazione, tra cui un presidente ed un vicepresidente, tutti con status giuridico, indennità, diritto all'aspettativa e spese di missione. In tutto quindi cento Consiglieri di Amministrazione regolarmente retribuiti e spesati.


Il risultato è stato il rafforzamento di clientelismi, la moltiplicazione delle lotte per il potere e l'accaparramento di poltrone.

"L'Etica della responsabilità individuale", quella che Montesquieu indicava come il carattere specifico della Classe dirigente, è stata totalmente dimenticata. Nessun freno per i propri privilegi ed interessi personali. Non è certo una questione personale se in Italia è diventata una necessità fare una scrematura dei circa 34 mila enti e consorzi minori, ognuno con il rispettivo ordinamento, che, formalmente, si suddividono le competenze, ma che, di fatto, sono legittimate a restare inerti dinanzi ai problemi, obiettando "non è di nostra competenza" oppure "i disagi non dipendono da quest'Ente".


Enti solo "politicamente" strutturati, che bruciano risorse pubbliche per sopravvivere, lasciando il Paese allo sfascio!

martedì 30 novembre 2010

Non alimentiamo lo spreco!


"Se essere un bravo imprenditore non è una condizione sufficiente per fare del buon vino, non si capisce perchè essere un cattivo imprenditore dovrebbe essere una condizione necessaria."


Con buona pace di chi ne coltiva una visione un po' troppo romantica, il vino è uno straordinario tentativo di dare un senso alla vita _ ma è anche Politica.


Lo si capisce bene pensando all'attuale crisi dell'astigiano, terra d'elezione della Barbera, per cui il Ministro Galan ha concesso la distillazione di crisi per eliminare le scorte: le uve in eccedenza potranno così divenatre alcool.


La crisi economica ha colpito ancora: la domanda si è rattrappita, le esportazioni hanno lievemente ripreso slancio nel primo semestre 2010 (grazie in particolar modo al mercato americano ed al cambio favorevole ai nostri vini), le previsioni sono di nuovo incerte per fine anno. C'è poco da stupirsi: l'Italia ha meravigliosi produttori, ma la competizione globale è sempre più vasta, con interi territori che si sono aperti al culto di Bacco nel corso degli ultimi dieci/vent'anni, e che oggi riescono a realizzare produzioni d'eccellenza, pur mancandogli il blasone dei francesi. Parallelamente, la contrazione della domanda - anche questo è un copione già visto - colpisce soprattutto i produttori di fascia media e bassa. Sono le "cantine sociali sempre sull'orlo del fallimento" prese di mira da Angelo Gaja, in una lettera pubblicata da la Stampa, ripresa dal Corriere della Sera, ed accessibile su un sito benemerito e sempre puntuale, "i numeri del vino.it", curato da Marco Baccaglio.


Angelo Gaja è il più geniale imprenditore del vino che abbiamo in Italia, un innovatore autentico, che ha messo tanta qualità e tanta passione nel suo marchio, da farne il Ferragamo del vino piemontese. Il suo è un vino per cui conta nulla che sia "made in Italy": conta solo che sia "made in Gaja". Gaja ha una visibilità mondiale, ma conosce bene il mosaico di produttori locali che lavorano nelle colline piemontesi. La frammentazione del mercato è una caratteristica tipica dei Paesi europei; pensate che nel solo Bordeaux vi sono circa diecimila viticoltori, cioè due volte e mezzo il numero di imprese che fanno lo stesso lavoro negli Stati Uniti.


Sarebbe normale attendersi un forte consolidamento, che finora non si è visto, in parte per questioni di particolarismo e d'orgoglio, ma in parte per i sussidi a pioggia della politica agricola europea.


Nella sua lettera, Gaja spiega, con convinzione, che gli aiuti ai "piccoli" in crisi non sarebbero altro che un modo per devolvere denaro pubblico per "sostenere una causa persa". Le cantine sarebbero andate al traino della richiesta insensata di produrre, dal 2010, maggiore quantità, quando il mercato era già largamente inflazionato dalle eccedenze. L'indignazione per lo spreco di risorse statali, nota Gaja, è estemporaneo e sterile. Agli occasionali rimbrotti dei giornali, si oppone "un'armata, affamata e difficile da contrastare, di succhiatori organizzati di denaro pubblico".


La situazione attuale, oltre che alla frenata dell'economia, è debitrice ad una ristrutturazione della pac, fortemente voluta dall'ex Commissaria Mariann Fischel Boel. La politica agricola europea per anni si è mangiata metà del bilancio della Commissione. A fronte di numerose polemiche (per esempio gli effetti sui Paesi in via di sviluppo, in cui necessariamente il settore primario è magna pars dell'economia, della sovraproduzione sussidiata e delle esportazioni sottocosto), è stata recentemente più o meno messa sotto controllo.


Ce n'è ancora di strada da fare per smontare una macchina anacronistica come nessuna: ma qualcosa è stato fatto. In particolare si è usciti da una logica per cui il 70% dei sussidi ai produttori venivano destinati alla distruzione delle eccedenze, e si è, almeno in parte, liberalizzato il mercato (per quanto ancora in modo insufficiente), dando più flessibilità nella produzione e nel marketing del vino.


Apriti cielo! Queste norme - di per sè piuttosto timide - sono state accolte come un imprevisto anticipo del giorno del giudizio, biasimate pubblicamente dalle scimmie dattilografe più enologicamente forbite, contrastate in nome del falso dio della "genuinità" del prodotto.


Le cose da fare sarebbero note. La qualità dei vini, in tutto il mondo, è migliorata in modo eclatante negli ultimi vent'anni. I produttori del nostro paese sono troppi, e troppo litigiosi per essere forti sui mercati esteri; la mitologia del buon vineron prevede che egli non faccia marketing (come se promuovere ciò che si produce fosse una cosa cattiva); servirebbero un consolidamento ed un'aggregazione dell'offerta. Servirebbe, insomma, capire che non si rinuncia al romanticismo della vite e del terroir se si fa' impresa davvero.


Se essere un bravo imprenditore non è una condizione sufficiente per fare del buon vino, non si capisce perchè, essere un cattivo imprenditore dovrebbe essere una condizione necessaria.


Finchè la produzione di vino continuerà ad essere condizionata da un intervento tanto massiccio dello Stato, continueremo ad avere un mercato biforcato: da una parte, le imprese, che già ora competono sui mercati internazionali, che sono costrette all'efficienza dalla concorrenza che c'è, sulle tavole del mondo, tra Barbera e Pinot noit o fra Barolo e Cabernet Sauvignon. Dall'altra i succhiatori di denaro pubblico, schierati in parata a difesa del proprio orticello, sotto la bandiera del "made in Italy".


Se il nuovo Ministro dell'Agricoltura vorrà fare qualcosa di liberale e sensato per il vino italiano, le occasioni non gli mancheranno.





Alberto Mingardi

giovedì 25 novembre 2010

Le carceri italiane? Come banche svizzere!



"IL RISVOLTO DELLA MEDAGLIA"










Movimentano milioni di euro al mese, aprono e chiudono centinaia di conti correnti al giorno: non stiamo parlando degli istituti bancari, ma delle nostre carceri, che custodiscono ed amministrano un vero e proprio tesoro, quello dei detenuti.

Si tratta di cifre impressionanti (circa 16 milioni e 800 mila euro all'anno per il solo carcere di Poggioreale) provenienti in buona parte dai versamenti mensili fatti ai detenuti dai familiari e gestiti dalla Polizia Penitenziaria. Fin qui nulla da dire, se non fosse che a ben vedere il cosiddetto "sopravvitto", ovvero le spese extra dei detenuti, è inferiore solo di qualche euro a questo fiume di soldi in entrata.

Osservando la situazione del solo carcere di Poggioreale, ciò vuol dire che i detenuti spendono mediamente circa 700 mila euro al mese in bistecche, mozzarelle, pesce pregiato, sigarette, ma anche profumi e qualche giornale.

Che fine fanno i piatti preparati dall'Amministrazione penitenziaria?

Beh, vengono snobbati. Non si tratta di cibo scadente o di razioni insufficienti, ed anche la qualità è accettabile, ma i detenuti si rifiutano talvolta perfino di assaggiarlo. Si calcola che su 10 carrelli distribuiti nelle celle, la metà ritornino indietro ancora carichi. I detenuti amano cucinarsi da soli e si rifiutano di assaggiare i pasti.


Conseguenza?

Due terzi del cibo preparato e pagato dallo Stato (attingendo dalle tasche del cittadino indirettamente attraverso il gettito fiscale) viene buttato nella spazzatura, senza neppure essere toccato.


Avete ben capito: i soldi dei cittadini onesti vengono buttati nella spazzatura ad opera dei delinquenti chiusi nelle carceri. Ogni detenuto infatti può spendere circa 130 euro a settimana; massimale che può addirittura essere alzato, dietro autorizzazione del magistrato o del direttore dell'istituto penitenziario.


"ED IO PAGO........!"..................To be continued

mercoledì 24 novembre 2010

Corte dei Conti........soccorrici TU!

Poche cose fanno arrabbiare il cittadino più dello spreco di denaro pubblico: un danno alle finanze pubbliche è un danno a tutti i cittadini, che, in mancanza di un'azione efficace della Corte dei Conti, saranno poi costretti a porvi rimedio di tasca propria, pagando più tasse.


La Corte dei Conti viene in soccorso dei cittadini, essendo un organo di rilevanza costituzionale autonomo da altri poteri dello Stato, chiamato a vigilare sulla corretta gestione delle risorse pubbliche, sull'efficacia, regolarità e sull'efficienza dell'azione amministrativa.







Come fare a difendersi? Basta denunciare, tramite segnalazione (che rimarrà nell'assoluto riserbo) ogni spreco di denaro, anche se il danno erariale, oppure il mancato guadagno, è di pochi euro. E' infatti sulle piccole cifre che si consumano gli scempi più gravi. Non bisogna pensare soltanto alle grandi opere mai completate, le "cattedrali nel deserto", di cui è piena la nostra penisola; esistono infatti svariati settori di spreco, che passano silenti, senza che il cittadino abbia cognizione del danno compiuto a suo carico.

Solo a voler citare qualche esempio:

  • il Comune, la Rai, un Consorzio di bonifica..etc...intimano il pagamento di un importo non dovuto o anche già pagato. IL DANNO? costi di spedizione della lettera, tempo impiegato per redigerla (impiegati utilizzati in modo non congruo), carta, inchiostro...il tutto moltiplicato per il numero di cittadini a cui è inviata la lettera "errata";

  • dopo aver fatto ricorso ad un verbale di contarvvenzione il Giudice di Pace ci da' ragione. IL DANNO? per il cittadino spreco del nostro tempo in tribunale; per la P.A. mancato guadagno (per l'importo non dovuto del verbale), costo del tempo lavorativo mal impiegato dagli agenti che hanno elevato il verbale, spese di difesa in tribunale. Riassumendo, volendo parlare di cifre concrete, una multa di 36 euro (non dovuta) può arrivare a costare al cittadino più di 100 euro.

Ciascuno ha il potere di ribellarsi; per farlo occorre semplicemente impiegare qualche ora del proprio tempo per spedire una raccomandata di segnalazione, che, lo ricordiamo, dev'essere inoltrata alla Procura Regionale della Corte dei Conti della regione in cui hanno avuto luogo i fatti denunciati. Sul sito http://www.aduc.it/ si trovano tutti gli indirizzi.



PAGARE SI', MA SOLO IL DOVUTO E SOLO UNA VOLTA!



martedì 23 novembre 2010

"Il mondo delle Pari Opportunità"

"....perchè la nostra sia una società, in cui



i nastri di partenza per la corsa della vita



siano gli stessi per tutti............."



La Sicilia che vogliamo, c'è
http://www.youtube.com/watch?v=d-mV_HHRRB4